Ci sono viaggi che non servono a “vedere posti”, ma a sentire un territorio.
Viaggi che entrano piano, tra filari ordinati, profumi di mosto e racconti sussurrati davanti a un calice.

Cantine Aperte a San Martino in Friuli Venezia Giulia, per me, è stato esattamente questo: un fine settimana capace di raccontare l’anima più autentica del Friuli attraverso il vino, le persone e un’accoglienza che ti resta addosso anche quando torni a casa.

Un itinerario che sa d’autunno, di foglie che scricchiolano sotto i piedi e di calici che custodiscono storie antiche.
Un viaggio che parte dalla Ponca del Collio e arriva fino alle pianure del Tagliamento, attraversando colline, castelli e cucina di territorio.

Ecco le cantine che ho visitato:

Venica&Venica: dove il vino racconta la terra

La prima tappa del viaggio è a Dolegna del Collio, nella storica cantina Venica&Venica, e capisco subito che questo non sarà solo un weekend di degustazioni.

Intorno a me, colline ripide che sembrano disegnate a mano, boschi vivi, silenziosi, ricchi di biodiversità. Sotto i piedi, la Ponca: un intreccio fragile e potentissimo di marne e arenarie che cambia volto di metro in metro, rendendo ogni vigneto diverso, unico, irripetibile.

Qui il vino non è mai solo vino.
È esposizione, pendenza, vento, microclima.
È ascolto della terra e rispetto dei suoi tempi.

Venica&Venica è una storia di famiglia che attraversa quasi un secolo, fatta di scelte precise, di attenzione ai dettagli e di una visione che guarda lontano senza perdere il legame con le radici. La viticoltura è sostenibile e il lavoro in vigna è accurato, quasi sartoriale.

È il Collio che sa emozionare senza alzare la voce.
È il luogo perfetto per iniziare un itinerario che profuma di terra lavorata con pazienza, di tradizione che evolve e di vini che raccontano il paesaggio prima ancora di raccontare se stessi.

E sì, è stato il primo colpo al cuore del weekend.

Galliussi a Cividale del Friuli: quando la qualità è una scelta consapevole

A Cividale del Friuli, le colline della cantina Galliussi sembrano disegnate apposta per rallentare lo sguardo e allentare il ritmo del respiro. Qui, tra vigneti che si intrecciano con boschi e prati, si percepisce subito un equilibrio naturale, una sorta di dialogo silenzioso tra uomo e territorio.

La tenuta si estende per circa 10 ettari vitati, tutti coltivati con metodo biologico certificato, e ogni filare racconta la scelta consapevole di rispettare la terra prima ancora di produrre vino. In vigna non si rincorre la quantità: la parola d’ordine è qualità, misurata, controllata, voluta.

Qui il suolo di marna friulana non è solo terreno, è voce e carattere: regala freschezza, eleganza e una mineralità nitida che si riflette nei vini come un’impronta indelebile. Ogni etichetta è pensata per esprimere non solo un vitigno, ma un luogo, un microclima, un’esperienza sensoriale autentica.

La degustazione da Galliussi non è un semplice assaggio: è un momento di ascolto. Ti siedi, osservi, annusi, e i calici sembrano riempirsi seguendo il ritmo della conversazione, fatta di silenzi, sguardi complici e scoperte lente, come quando un paesaggio ti entra dentro senza che te ne accorga.

In un mondo in cui spesso la produzione si uniforma, qui la scelta di lavorare biologico, di curare ogni dettaglio in vigna e in cantina, racconta un impegno chiaro: fare vini che rispettino e narrino il Friuli, senza compromessi.

Grillo Iole a Prepotto: sentirsi a casa tra i vigneti

Arrivare da Grillo Iole, ad Albana di Prepotto, è come varcare la soglia di una casa che ti stava aspettando da tempo. Non una cantina qualsiasi, ma un luogo dell’anima: un’antica dimora del Settecento, immersa nei vigneti, dove l’ospitalità friulana non è una strategia di accoglienza, bensì un modo naturale di stare al mondo.

Qui tutto parla di famiglia, di continuità e di rispetto profondo per la terra. La filosofia produttiva è chiara e coerente: lavorare in modo sostenibile, evitando residui chimici indesiderati, lasciando che sia il vigneto a dettare i tempi e le scelte. Non c’è fretta, non c’è forzatura.

I protagonisti sono i vitigni autoctoni, quelli che a Prepotto trovano la loro voce più autentica:
il Friulano, la Ribolla Gialla e soprattutto lo Schioppettino, del quale mi sono innamorata, che proprio qui esprime tutta la sua identità speziata, elegante e territoriale. Vini sinceri, che non cercano di stupire, ma di raccontare.

La degustazione della domenica mattina, con la luce che filtra morbida sulle colline e accarezza i filari, è uno di quei momenti che non fanno rumore. Non hanno bisogno di essere spiegati troppo. Ti siedi, ascolti, assaggi… e senti che qualcosa si è posato dentro.

Grillo Iole è un luogo dove il vino non è solo nel bicchiere, ma nell’atmosfera, nei gesti, nel silenzio.
E quando te ne vai, hai la sensazione di aver lasciato una casa, con la promessa, silenziosa, di tornare.

Borgo Conventi: un bagno sonoro tra barrique e storia

A Farra d’Isonzo, Borgo Conventi è uno di quei luoghi che non si limitano a raccontare una storia: la emanano.
Qui il tempo sembra aver lasciato tracce visibili ovunque, nei muri, nei silenzi, nell’aria stessa. Un tempo abitato dai monaci domenicani, poi dimora dei conti Strassoldo Villanova, oggi è una tenuta vitivinicola che custodisce con rispetto un’eredità secolare.

I vigneti si distendono tra ghiaie e terreni alluvionali tipici dell’Isonzo, un suolo che regala ai vini finezza, eleganza e precisione, mentre la cantina lavora seguendo una filosofia attenta all’equilibrio tra tradizione e contemporaneità, con uno sguardo sempre rivolto alla sostenibilità.

Borgo Conventi è un luogo dove il vino non è solo degustazione, ma esperienza sensoriale e interiore, dove il passato non pesa, ma accompagna, e dove fermarsi diventa un atto necessario.

Forchir: sostenibilità e futuro del vino in Friuli

Il viaggio si chiude da Forchir, nel cuore della pianura friulana, e non poteva esserci finale più coerente.
Qui il paesaggio cambia, si apre, respira. E con lui cambia anche il racconto del vino, che guarda dritto al futuro, senza dimenticare il presente.

Forchir è una realtà che ha fatto della sostenibilità concreta una scelta quotidiana, non uno slogan. In vigna si lavora con il sovescio, per nutrire naturalmente il suolo, con irrigazione a goccia sotterranea per ridurre gli sprechi d’acqua, e con l’introduzione di vitigni resistenti, pensati per affrontare le sfide climatiche di oggi e di domani.

Anche in cantina la visione è chiara: un’enologia attenta all’ambiente, all’energia e alle risorse, capace di coniugare tecnologia e rispetto del territorio. Il risultato sono vini puliti, diretti, che parlano una lingua moderna ma profondamente friulana.

L’ultimo calice arriva così, quasi in silenzio.
È un brindisi che non guarda indietro, ma avanti. Un calice che racconta una viticoltura responsabile, consapevole, pronta a evolversi senza perdere identità.

E mentre si riparte, resta addosso la sensazione che il futuro del vino, quello fatto bene, sia già qui.

Tra Villa Beria e i vigneti: alla scoperta di Roi Clâr

Durante il tour tra le cantine del Friuli ho visitato anche Roi Clâr, a Manzano, nel cuore dei Colli Orientali del Friuli, una realtà che mi ha colpita per il suo equilibrio tra storia, territorio e visione contemporanea del vino. La cantina si trova all’interno del parco della suggestiva Villa Beria, un contesto che già da solo racconta il legame profondo con il passato.

Roi Clâr lavora per valorizzare vigneti storici e vitigni autoctoni, con un approccio rispettoso e attento, lasciando che il vino esprima il carattere della terra senza forzature. Una parte della produzione viene affinata in anfore, scelta che dona ai vini autenticità e pulizia espressiva, esaltando le peculiarità del territorio. La visita e la degustazione diventano così un’esperienza lenta e consapevole, perfettamente in linea con lo spirito del Friuli: discreto, autentico e profondamente identitario.

Esperienze da non perdere

Gubana tradizioni che diventano memoria

Ci sono luoghi che non si cercano, si incontrano.
Azzida, una piccola frazione di San Pietro al Natisone, è uno di questi: poche case raccolte attorno a una piazzetta, il campanile, e il Matajur che d’inverno si copre di neve come un sipario bianco sulle Valli del Natisone. Un Friuli silenzioso, autentico, che va ascoltato piano.

È qui che nasce La Gubana della Nonna, un laboratorio artigianale dove la tradizione non è un ricordo da conservare, ma un gesto quotidiano fatto di mani, profumi e memoria.

La gubana è molto più di un dolce tipico: è un racconto arrotolato su se stesso.
La sua forma a chiocciola racchiude un ripieno ricco e profumatissimo di noci, uvetta, pinoli, amaretti, legati da un tocco di grappa che scalda e avvolge. Un tempo era un dono di buon auspicio, un augurio di prosperità; oggi conserva ancora quell’anima di festa e di casa che la rende speciale.

Ogni fetta parla delle Valli del Natisone: generosa, sincera, senza fronzoli.

Nel laboratorio di Azzida nulla è lasciato al caso e, soprattutto, nulla viene accelerato.
Ogni chicco di uvetta viene pulito uno a uno prima dell’infusione, ogni noce viene controllata con attenzione, e ogni fase della lavorazione segue tempi lenti e rispettosi.

Qui non mi sono limitata ad assaggiare.
Ho messo le mani in pasta, letteralmente. Ho impastato, farcito, arrotolato e dato forma alla mia prima gubana, seguendo gesti antichi che richiedono precisione, forza e tanta pazienza.

È stato divertente, certo, ma anche illuminante: dietro a quel dolce così “semplice” c’è una tecnica impegnativa, fatta di attenzione e rispetto per ogni singolo passaggio. Ed è solo provandoci in prima persona che capisci davvero il valore di ciò che stai mangiando.

La Gubana della Nonna non è solo un laboratorio artigianale.
È un luogo dove la tradizione si tocca, si annusa, si impasta.
E dove, uscendo, ti porti via molto più di un dolce: un pezzo di Friuli, fatto con le mani e con il cuore.

Bagno di suoni con le campane tibetane a Borgo Conventi: ascoltare il silenzio

Durante la visita a Borgo Conventi ho vissuto anche una di quelle esperienze che non ti aspetti, ma che finiscono per restarti addosso più di molte parole: un bagno di suoni con le campane tibetane, guidato da Chiara Cingano, operatrice olistica sonora-vibrazionale.

Mi sono fermata. Davvero.
In uno spazio sospeso tra storia e vino, tra barrique e profumi di legno, mi sono lasciata avvolgere da vibrazioni profonde, lente, ancestrali. I suoni delle campane sembravano dialogare con il silenzio dei vigneti, riempiendo l’aria senza invaderla, come se ogni nota sapesse esattamente dove posarsi.

È stata un’esperienza di ascolto totale: del corpo, del respiro, del luogo. Un momento in cui il tempo si dilata, la mente si alleggerisce e le sensazioni si amplificano. Rigenerante, rilassante, incredibilmente intensa. Di quelle esperienze che non si spiegano davvero: si sentono.

Chiara ha guidato con delicatezza e presenza, creando un’atmosfera profonda e accogliente. Un’esperienza coinvolgente, autentica, che rifarei senza esitazione.

Un luogo dove il vino si ascolta.
E, a volte, anche il silenzio.

Show cooking con la chef Lorena De Sabata: quando la cucina diventa racconto

A Rivignano Teor c’è un luogo dove la cucina smette di essere solo cibo e diventa gesto, racconto, passione condivisa: Al Morarat da Lorena e Luca. Durante il blogtour ho avuto la fortuna di entrare davvero “dietro le quinte”, partecipando allo show cooking della chef Lorena De Sabata.

Non è stata una semplice dimostrazione culinaria. È stato un incontro.
Con una persona, prima ancora che con una cucina.

Lorena è nata a Grado, ma il suo cuore batte forte per il Friuli. La cucina l’ha incontrata da bambina e non l’ha più lasciata.

Durante lo show cooking ho visto prendere forma una cucina viva, dinamica, profondamente legata al territorio ma capace di muoversi con naturalezza tra tradizione e sperimentazione.

E mentre cucinava, raccontava.
Perché per lei cucinare è anche comunicare, condividere, trasmettere emozioni e storie attraverso i piatti.

Con lei lo show cooking è diventato un vero e proprio viaggio sensoriale: profumi che si diffondono, tecniche spiegate con semplicità, storie che si intrecciano ai piatti e un entusiasmo contagioso, capace di trasformarsi in quell’ingrediente invisibile che dà sapore a tutto.

Un’esperienza che resta, come le cose fatte con passione vera.

Cantine Aperte a San Martino: il Friuli che resta addosso

Cantine Aperte a San Martino in Friuli Venezia Giulia non è stato solo un evento enoturistico.
È stato un viaggio fatto di persone, storie e vini che parlano la lingua della terra.

Un fine settimana in cui ho sentito forte l’essenza del Friuli:
autentica, generosa, silenziosa e potentissima.

Un invito a tornare. Sempre.

Tour in collaborazione con Blogtour.it e Movimento Turismo del Vino FVG

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